isabella luconi
isabella luconi

COMUNICAZIONE: FASCISMO E PROPAGANDA

Relazione di IsabellaLuconi per un corso di formazione politica 

 

Il fascismo è stato spesso definito un regime di massa, e come tale il suo maggior impegno è stato quello di costruire la “fabbrica del consenso”, ovvero la macchina della propaganda il cui intento pedagogico era quello di creare l’uomo nuovo.

Furono usati tutti gli strumenti tipici della propaganda: giornali,fumetti, libri scolastici,arti figurative, spettacoli teatrali e cinematografici, scuola , radio.

Basterebbe ricordare il quaderno Balilla del 1923,Mussolini ha infatti chiaro fin da subito che è nella scuola che si gioca il futuro del regime, ed è nella scuola che l’uomo nuovo fascista dovrà formarsi.

Il quaderno riporta nella prima copertina, in una cornice barocca, con a sinistra un fascio littorio, un balilla in camicia nera che sal ta romanamente la patria e una frase di Mussolini “Ai fanciulli d’Italia perché crescano e si esaltino nell’amore della grande patria immortale”.

In seconda copertina, vi sono le pubblicità, il quaderno è infatti sponsorizzato,come spiega l’azienda produttrice per abbattere i costi:” invece delle 20 lire annuali con i nostri quaderni si ridurrà la spesa a 8 lire. “Da ricordare la pubblicità del VOV e quella delle gomme Pirelli, Viene infine riportato il decalogo dell’era fascista:

1)    Dio e patria

2)    Educa i muscoli e la volontà

3)    I balilla futuri fascisti italiani

4)    Fanciullezza primavera di bellezza

5)    Il fascismo è forza viva della nazione

6)    Ricordati che sei figlio d’Italia

7)    I balilla speranza del fascismo

8)    Il fascismo è disciplina e sacrificio

9)    Ama la patria più di te stesso

    
10) Per l’Italia Eja Eja Alalà

Eia è una interiezione latina di incoraggiamento, usata anche in volgare da autori come Boccaccio, in italiano corrisponde a evviva. Alalà risale al grido di guerra greco, e fu introdotto nella letteratura italiana da Giovanni Pascoli. Fu Gabriele D’Annunzio, a rimettere in circolazione i due termini coniando il grido d’esultanza e di gioia in un discorso del 19 maggio 1919 agli aviatori.

Da non dimenticare la scelta del nome Balilla, che nel ventennio indicava i bambini dagli 8 ai 14 anni. Balilla secondo la leggenda, sarebbe stato un ragazzino genovese, identificato in Giovanni Battista Perasso, che il 5 dicembre 1746, avrebbe dato il via alla rivolta dei genovesi contro gli austriaci, che occupavano la città a suon di sassate.

Parola ed immagine furono dunque i primi strumenti che vennero usati per costruire l’uomo nuovo, con una maggiore preminenza nel primo periodo della parola, e questo per un semplicissimo fatto,
l’Italia era un paese poverissimo e la parola non costava niente, e tutti i
retori fascisti furono dei grandi oratori, ma insieme alla potenza della parola
si cominciò a pensare anche alla potenza delle immagini, e cioè i manifesti, le cartoline, i quaderni scolastici, i diari, le pagelle, le medaglie.

L’immagine in questi oggetti quotidiani ebbe un ruolo forte e penetrò nei cervelli dei lettori più di mille saggi. Il regime puntò molto anche nella diffusione di tantissime riviste con copertine coloratissime e dense di ideologia. Si pensi alla rivista illustrata del popolo d’Italia, con le copertine futuriste di Garretto e le illustrazioni di Sironi, nei  primi anni trenta, opere che hanno un valore artistico ancora oggi.Uno dei meriti del regime è quello di non aver fatto differenze fra il nobile libro di alta cultura e la diffusione della rivista, che aveva il pregio di essere poco costosa. Da non dimenticare oltre alla diffusione delle riviste anche quella dei fumetti ricordiamo il Corriere dei piccoli che vestì i suoi piccoli eroi con la camicia nera.

Luigi Marrella, in un suo saggio descrive le illustrazioni dei quaderni: “Decisamente l’elemento che con più forza colpisce, ad uno sguardo sia
pure sommario, e sotto certi aspetti affascina è la ricchezza iconografica
delle copertine. Vi è talora una esplosione di segni così forte, una
fantasmagoria di colori talmente ricca, un rimando simbolico così palese , una costruzione teatrale così articolata da attrarre con forza l’interesse dell’osservatore, sottraendola alla meccanica abitudine di guardare senza vedere.”

Tutti i materiali poveri svolsero un ruolo non secondario nel sistema dei media fascisti, basti pensare alle cartoline raffiguranti il Duce, calcolate fra gli otto e i trenta milioni di pezzi, e in generale le cartoline fasciste furono probabilmente oltre i cento milioni di pezzi, come decine di milioni di pezzi furono gli opuscoli, non si hanno dati precisi perché sono dati poco considerati dalla ricerca storica.

Vediamo adesso gli strumenti più potenti che il regime usò per creare l’uomo nuovo:

 I giornali.  Il primo provvedimento restrittivo, fu
fatto firmare da Mussolini al Re appena ad un anno dalla presa del potere (15 luglio 1923), mentre il secondo provvedimento è del 1925 istituiva il direttore responsabile e l’ordine dei giornalisti.

Il regime fece comunque una scelta di fondo: non chiudere i giornali indipendenti ma fascistizzarli. I giornali indipendenti venivano tenuti sotto controllo da un lato dai prefetti e dall’altro dal montante afflusso di veline, che davano direttive, suggerivano il modo di dare le notizie fino a dire
quante colonne dovevano occupare ed indicare il tipo di foto da usare. I
giornalisti, seguirono a tal punto le indicazioni che lo stesso governo doveva
sollecitare una maggiore creatività.

Inizialmente le disposizioni erano date dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, poi con Ciano fu creato il sottosegretariato alla stampa e propaganda; per arrivare come sappiamo nel 1935 ad un vero e proprio Ministero voluto da Mussolini, che diventerà nel 1937 il famoso Minculpop Ministero della cultura popolare.

Sul piano politico il regime organizzò biblioteche nelle sedi del PNF, istituì biblioteche itineranti e popolari che diffondevano i libri ortodossi. Va infine ricordato che la pubblicistica fascista fu molto vasta. Pubblicistica che riempiva i cataloghi di case editrici come la Mondadori, a tal proposito si ricordi la collana edita sotto gli auspici del PNF “ Panorama di vita fascista” una sorta di breviari a larga tiratura per la formazione politica oppure Dux, la biografia di Margherita Sarfatti, che conobbe oltre 18 riedizioni.

E qui va detto che, non era il regime che imponeva di pubblicare, ma erano le case editrici che tentavano di accaparrarsi le opere più interessanti, perché questo garantiva laute vendite.

 

IL TEATRO E I CARRI DI TESPI

 

Teatro e cinema furono settori in cui il regime non riuscì a raggiungere mete rilevanti.

Per quanto riguarda il teatro, questo risentiva dell’espandersi del cinema.

Non ci fu una vera e propria drammaturgia fascista, se si esclude la beffa del destino di Farinacci. Il regime cercò di emanare direttive precise come quella di stabilire che un quarto delle opere rappresentate dovevano essere state scritte dopo il 1919.

Più efficace fu il tentativo di alimentare un teatro popolare con oltre duemila compagnie filodrammatiche che aderirono all’opera nazionale del dopolavoro.

Venne istituito il sabato teatrale e i c.d. carri di Tespi, che si rifacevano alla tradizione del teatro viaggiante e avevano lo scopo di raggiungere i paesi più sperduti. Nel 1937 per il Sabato teatrale vennero organizzati 319 spettacoli con oltre 295.000 spettatori.

E’ però importante ricordare che nel 1935 vennero fondate l’Accademia di arte drammatica e il Centro sperimentale di cinematografia.

 

Il CINEMA

 

Inizialmente il cinema era considerato una forma di divertimento o di arte privo di valenza politica,e quindi non vi era opposizione contro il cinema americano che dominava il mercato italiano.Soltanto dopo la inaugurazione di cinecittà,nel 1937, si assistette ad una controffensiva da parte dei produttori italiani.

La legge Alfieri che entrò in vigore quell’anno stabilì nuovi criteri per distribuire i premi di produzione. La decisione dell’anno seguente di dare ad un Ente governativo, l’Enic, il monopolio per la importazione e la distribuzione dei film elimino gran parte della concorrenza straniera, le 4
compagnie americane si rifiutarono di pagare le nuove tasse e si ritirarono dal mercato italiano.Le pellicole, il divieto di usare parole straniere impediva di chiamarle film,erano stracolme di italianità e mostravano una versione del mondo che era la versione popolare del pensiero fascista e l’attore Amedeo Nazzari diventò il simbolo del nuovo italiano fascista: il maschio spiccio e tenebroso che riusciva a risolvere le più intricate situazioni della vita, con la passione l’autenticità e due schiaffi ben assestati.

Oltre ai lungometraggi c’erano i cinegiornali Luce, cui il regime affidava la sua immagine, e anche se c’era chi tra gli stessi fascisti li trovava grigi e monotoni, per esempio Leo Longanesi, con un decreto del 3 aprile 1926 nè fu imposta la proiezione nelle sale cinematografiche prima dei film commerciali.

  

LA RADIO

 

Nonostante che la sua invenzione fosse tutta italiana, il paragone fra l’Italia e gli altri paesi europei era desolante.

Quando nacque l’URI, Unione radiofonica italiana il 27 agosto 1924, la diffusione negli altri paesi era già vasta, si devono aspettare gli anni trenta per arrivare a livelli paragonabili agli altri.

La crescita del numero di apparecchi si deve anche alla istituzione dell’Ente Radio Rurale.

Il regime volle diffondere la radio non solo nelle case ma anche nelle scuole, dove tre volte alla settimana i programmi erano dedicati agli studenti, con interventi anche del Duce.

Per aumentare il numero degli ascoltatori, nel 1937 furono inventati gli uditori collettivi, per le popolazioni dei centri minori e delle campagne, integrare queste parti di popolazione nel sistema fu sempre una delle preoccupazioni di Mussolini.

Il regime cercò di diffondere una radio a basso costo, accessibile anche agli strati più poveri della popolazione, fu chiamata Radio Balilla, costava 430 lire pagabili in 18 rate, si pensi che una radio di lusso con mobiletto ( si chiamava Nilo azzurro) costava 4000 lire

I programmi:

5 radio giornali quotidiani, poi furono introdotti per volontà di Ciano le cronache del regime, i discorsi del Duce in diretta, altro che main list!

Non mancavano i programmi di intrattenimento basati sulla musica leggera e classica, ma anche sulle radio cronache delle partite che diventarono quasi mistiche. Fra i programmi di intrattenimento possiamo ricordare “i Quattro moschettieri” e la raccolta delle figurine legate alla trasmissione, dette luogo nel 1936 ad una vera mania di massa.

Vi era poi una parte di palinsesti dedicati ad una sorta di radio educativa con una forte valenza ideologica (quasi il 31%).

Interessante lo spazio dedicato ai bambini, con la trasmissione “Cantuccio dei bambini”, nelle radio odierne è praticamente scomparso.

La pubblicità aveva un affollamento di poco meno del 4%.

dedicato a Isabella

Questo sito è dedicato alla memoria di Isabella Luconi, nata a Messina il 20 Agosto 1957, morta a Cagliari il 15 Maggio 2012. 

 

Isabella, trasferitasi nel 1972 a Cagliari da Ancona, città di origine della sua famiglia, si è diplomata al liceo Scientifico Pacinotti di Cagliari.

 

Ha conseguito il diploma di Assistente Sociale nel 1990 a Cagliari, la laurea in Scienze Sociali a Trieste nel 2004, e la laurea in Scienze Politiche a Cagliari nel 2011.

 

Ha partecipato a alcuni concorsi letterari, in Sardegna e nella Penisola, classificandosi sempre nelle prime posizioni.

 

Impegnata politicamente dall’età di 14 anni, ha militato nel Fronte della Gioventù, nel M.S.I.-D.N. e in Alleanza Nazionale.

 

E’ stata Assistente Sociale nel Comune di Assemini dal 1992.

Sposata nel 1979 con Roberto Aledda, hanno avuto un figlio, Marco.

Stampa | Mappa del sito
© Roberto Aledda robertoaledda@tiscali.it